Volevo fare la ballerina

Intorno all’età di sei, sette anni volevo veramente fare la ballerina poi le aspirazioni nell’ordine sono state: cantante pop con i balletti perché comunque volevo fare la ballerina, acrobata nel circo, sposa (ma solo il giorno del vestito bianco), calciatore possibilmente maschio e coi muscoli, scrittrice, disegnatrice, stilista, professoressa, dottoressa e un sacco di altre cose con -essa, poi traduttrice, blogger, truccatrice, modella, intellettuale imprecisata, giornalista, spingitrice di cavalieri, nuotatrice o atleta, pianista, social media strategist, parassita, mantenuta e infine – tutto torna – cantante pop. Senza i balletti.

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Certezza della penna

Ci sono giorni in cui il lettore italofono chiede giustizia oppure ci sono giorni in cui andrebbe rassicurato, per esempio quando impiega inutilmente tutti i suoi sforzi nel leggere Infinite jest in lingua originale. Imprese che provano la sua autostima, che lo fanno sentire un povero peccatore. La carne del lettore è debolissima, egli può rifuggiarsi in noir non eccelsi come L’uomo dei cerchi azzurri di Vargas – quello sì tradotto.
Il lettore ci prova in tutti i modi a liberarsi della zavorra della traduzione in italiano. Allora ricomincia con tenacia dai classici, ad esempio si butta su Sons and Lovers di Lawrence. E poi scopre questo:
2013-03-10 11.59.15
Molte battute di Mr. Morel sono in dialetto, il lettore non capisce molto, spera nell’aiuto divino per le prossime quattrocento pagine nel senso che spera che Mr. Morel muoia quanto prima o che diventi improvvisamente afono.
Eddai però. Romanzo sui minatori pubblicato e scritto nel 1913, dovevi aspettartelo l’ inglese da classe operaia, bravi i fessi che non leggono le trenta pagine di introduzione e note al testo della pregevole collana Oxfor World ‘s Classics. Vi meritate il gergo operaio di domenica dopo pranzo.

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Il Fantasma di una recensione musicale

I dischi dei Baustelle sono sempre tanto attesi perchè non escono tanto spesso. E se questi sono i risultati, meno male. Fantasma si è aggiudicato la mia momentanea finta rinuncia alla pirateria.
Da persona coscenziosa che sa dare il giusto valore economico alla musica – il giusto che?! – di buon mattino mi reco alla Fnac e la commessa, neanche avessi chiesto una qualità di verdura da orto, mi risponde: i Baustelle non li trattiamo. Silenzio. Grazie e arrivederci e a mai più.
A passo spedito mi dirigo verso la Feltrinelli Ricordi e Tante Care Cose a casa. Hanno anche messo La morte(non esiste più),secondo singolo dell’album. Prendo e porto via.

Per giudicare bene il disco devo metterlo a ripetizione almeno quattro volte sulla Milano Venezia TiPiacerebbeSoloAndata. Poi devo leggere i testi nel libretto, poi devo cantare le canzoni sul cd e alla fine riesco ad esprimere un parere sull’opera.

Tralasciamo le banalità sulla copertina alla Klimt con la bambina che dorme/è già morta che ricorda l’attrice Nicoletta Elmi, bambina di Profondo Rosso? Si, grazie.

Trattasi di concept album, sì non aspettatevi le architetture narrative di De André ma qualcosa c’è grazie anche agli intermezzi strumentali a metà tra la colonna sonora e il thriller

Influenze evidenti: De André in Il Futuro, Morricone in alcuni cori e melodie finali che rendono l’album un pò cinematografico. A Bianconi piace vincere facile. In ogni caso, se siete nostalgici di quei mondi, il disco è fatto per voi. Ho detto per voi nostalgici e non per voi puristi della musica colta perchè Bianconi in fondo, lo sappiamo, pompa un pò dei testi narrativamente poco corposi, rendendo tutto inspiegabilmente misterioso e complesso. In realtà credo che sia tutto molto meno serio di come appare.

La morte delle atmosfere di Poe e Baudelaire è, per chi non è più un adolescente, un tema a tratti retorico. Infatti si va oltre in maniera anche originale con pezzi tipo Monumentale, il cui titolo mi dicono dalla regia non si riferisca necessariamente al celebre cimitero milanese.

Alla fine del terzo ascolto siamo proprio contenti di andare al concerto a sentire i Baustelle e tutta l’orchestra polacca da loro ingaggiata per risparmiare. Avete qualcosa contro i polacchi?

Possiamo mai avere troppo di una cosa buona? ( donchisciottecit.)

Considerazione sui luoghi comuni mode on
Non avete la sensazione della scadente qualità di tutto? Il dibattito politico, il menù fisso della trattoria, la trama dei romanzi, gli ultimi smartphone, i sondaggi del Tgla7, i maglioni con sempre meno percentuale di vera lana e più in generale tutto quello che costa…,99?

Lamentarsi sempre non è bene, in fondo su una classifica di 148 paesi siamo il 90esimo paese più positivo al mondo, come dire che ogni cadavere un tempo godeva di ottima salute.
Considerazione sui luoghi comuni mode off

Più che interrogarmi sui massimi sistemi, in tempi di crisi, mi chiedevo che ne sarebbe stato della lettura e dei lettori – digitali e non – nel 2013 post Maya. Ora che Babbo Natale mi ha regalato questo posso procedere con la suddivisione manichea fra i lettori che sniffano i libri, droga condivisa e fregata per prima ai genitori, e tutti gli altri. I primi collezionano i volumi della loro infanzia come simulacri dell’innocenza e credono che piegare il dorso del libro sia un peccato capitale aggiuntivo. Non prestano i libri, li rivogliono indietro entro 30 e 60 giorni che manco un ente pubblico, controllano che la sudorazione dei vostri polpastrelli non deteriori le pagine e poi vi guardano male, a prescindere. Gli altri lettori siamo noi, nessuno si senta offeso (cit.). Siamo noi che leggiamo in metro, che teniamo i libri in borsa, in bagno, in pile sui comodini, che li prestiamo, che vogliamo sapere se vi sono piaciuti, che adoriamo i vissutissimi libri usati, che leggiamo anche mangiando, che sottolineamo le frasi e che nel retro del quarto di copertina annotiamo informazioni importantissime. Siamo noi che adesso abbiamo un ereader. Kindle, kobo, kenesoio.

I primi ci vogliono convincere che il libro digitale smorza lo spirito critico, sminuisce la mitologica analisi del testo che prevedeva libro cartaceo e matita. Ci prospettano scenari apocalittici: ragazzini svogliati che leggono Dante su supporti che somigliano solo a dei tablet più fighi e  meno cari dove navigare su Facebook e fraintendere con altro il piacere della lettura. Noi abbozzeremo ripensando al fastidio di lasciare in sospeso un racconto di Steinbeck in versione originale per cercare una parola sul vocabolario d’inglese che pesava un quintale.

Potete litigare per ore, fingendovi paladini della lettura progressista e consigliare all’amico  un piacevole  testo. Fingerete di non poterglielo proprio prestare, sia mai che se lo compri su Amazon.

 

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Quelli che la decrescita

Di solito ad una crisi segue un’evoluzione, ad un disastro un possibile successo, da un problema più soluzioni. No, da un problema al massimo nasce un dibattito. Ma quello, a volte, può essere la migliore delle soluzioni.

L’impressione è che alcuni temi siano fuori dal dibattito perché stranamente passati di moda. La decrescita è uno di questi. Non che sia la risposta (con)vincente alla crisi ma coglie alcuni aspetti essenziali del declino dell’attuale sistema economico. Una letteratura in merito esiste eppure la decrescita è una corrente di pensiero snobbata perché probabilmente ritenuta inapplicabile e, diciamocelo, sfigata. Chi vorrebbe ridurre i propri consumi, accontentarsi di uno stile di vita più austero e vivere in perenne recessione economica?
Gli stessi effetti di azzardate politiche liberiste, a pensarci bene.

I movimenti per una decrescita felice sono una nicchia eppure sono la misura di quell’ondata di consapevolezza economico-ambientale che si aspetta investimenti sulla green economy e meno grandi opere.

 

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Non fate storie sulla giornata della memoria

Le giornate dedicate a un tema o al ricordo di un evento storico spesso sono solo una notizia utile per riempire telegiornali e quotidiani con buchi di più succulente notizie di cronaca. Eppure, quest’anno ho ‘sentito’ la giornata della memoria. Un film ti permette di immedesimarti, di essere lì, di provare un barlume dell’angoscia di quello stesso periodo. Ed è quello che mi è capitato vedendo ‘La chiave di Sara’

Sono passati quasi settant’anni e fra poco moriranno gli ultimi superstiti della Shoah. Il valore della memoria, del ricordo di un fatto storico è un valore che magari non andrebbe lasciato al marketing cinematografico o editoriale. Ma questo film affronta un altro aspetto della questione: come ci poniamo  rispetto all’ambiguità della gente comune – allora come in seguito – che non toccata personalmente dallo sterminio, non contrastò con vigore l’azione dell’aguzzino per mille motivi? E quanto è sbagliato vedere i tedeschi come unici autori del terrore?

Casualmente in questi stessi giorni mi sono ritrovata a leggere un’appassionante biografia di Simone Weil (che vi consiglio), intellettuale ebrea che visse quell’epoca storica e che si recò in Germania negli anni ’30 per descrivere come mai i tedeschi avesssero potuto ubriacarsi del nazismo. Come dire che forse nelle scuole si dovrebbe andare oltre Primo Levi (se mai venisse ancora letto).

Siccome la storia è anche l’insieme di storie individuali, ecco anche il docuweb del Corriere.

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Shock in my town

Prologo

La gente e i mezzi pubblici, nell’ordine:
incapacità a rimanere bipedi, insulto facile, poca percezione del proprio volume, la pazienza del leone prima di addentare la gazzella.
I trattati di sociologia che potrebbero essere scritti sul tram possono aspettare perché oggi sul 14  ( l’equivalente di un elefante educato) due assolute sconosciute hanno guidato un non vedente a sedersi su un posto libero vicino al mio e  insieme abbiamo persino scambiato due chiacchiere. Sarebbe successo se io avessi avuto le cuffie e il cieco una badante filippina? Boh..
Il cieco era simpatico (ndr). Almeno per oggi c’è speranza per il genere umano, sempre che non decida di andare in crociera.

Fine prologo

Oggi a Milano è partito il volutissimo esperimento dell’area C che ci avvicinerà alle altre metropoli europee quanto a mobilità e gestione del traffico.
Percezione? Quella di una talpa girata di spalle. Tenevo da fà.
La sera mi precipito al tiggì e mi rassicura il titolo d’apertura sull’incremento dell’uso dei mezzi sulla giornata di oggi: intorno al 10 % per ogni categoria di mezzo pubblico (metro, mezzo di superficie, bike sharing) . Fiù, siamo ancora un paese civile. Subito dopo ecco la notizia dei banchetti della Lega , del Pdl e di altri subeuropei che raccolgono firme contro il ticket di 5 e 2 € per entrare in area C. Sconforto.
Ma come? L’aria respirabile? Vecchietti arzilli che ancora prendete la bicicletta? No way, man.
Facci entrare ovunque preferibilmente col macchinone. Preferibilmente gratis.

Mi dico che presto cambieranno idea, che le cose miglioreranno gradualmente, che il caro benzina scoraggerà gli arditi e che l’aria più pulita farà ricredere pure la sciùra dal semprebiondo ciuffo .

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Buoni spropositi

Tra i buoni propositi per il 2012 c’era quello di creare un blog personale, un contenitore di idee e riflessioni.

Ma non dovevi studiare? Non dovevi riprendere i libri di liceo di tedesco e leggere la Recherche di Proust in francese prima di scordarti come finiva il primo volume? E dove lo mettiamo il categorico, fermo e irremovibile intento di restaurare quel rapporto difficilissimo col mondo del fitness?

Occhi in basso.

Il blog si è allora trasformato in uno sproposito, motivato dagli amici che mi incoraggiano ( e io poi mi gaso) a non disperdere i pensieri nell’etere.

E poi bisogna sancire l’inizio di un nuovo percorso di studi con qualche mezzo virtuale. Dopo gli anni di  labirintico studio letterario si aprono interessanti prospettive, vale la pena condividerle.

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